Luigi Zanda: «Schlein e Conte dovevano accordarsi prima. Sull’Ucraina si può rompere»

L’ex capogruppo dem al Senato: «Conte dorme con il coltello sotto il cuscino. Ha due obiettivi: Palazzo Chigi e i voti di Schlein». «Se volevano fare un’alleanza politica dovevano iniziare a confrontarsi da anni».

di Daniela Preziosi

«Se per quattro anni hai dormito col pugnale sotto il cuscino, non puoi pensare di fare qualcosa di buono negli ultimi quindici giorni». L’ex senatore del Pd Luigi Zanda stavolta non parla della linea politica del centrosinistra. Stavolta non fa un discorso di merito, e per lui ce ne sarebbe da dire – per esempio pensa che sulla politica estera «le differenze tra Pd e M5s, a furia di accantonarle, siano diventate irrisolvibili» o, ancora, sui fondi Safe ricorda che «la Costituzione dice che la difesa della Patria è un sacro dovere dei cittadini. E come dovremmo difenderla? Con le cerbottane?» –. Il suo stavolta è un ragionamento sul metodo con cui si costruisce un’alleanza. «È il problema preliminare», spiega, perché nel centrosinistra la parola «fiducia» non è in voga, «Giuseppe Conte dorme con il coltello sotto il cuscino con due obiettivi: palazzo Chigi e prendersi i voti del Pd».

Intanto dopo lo scambio di battute su Kiev, Schlein e Conte si sono visti a pranzo martedì 4 luglio: «La dialettica politica rimane ma nel rispetto reciproco», è la sintesi che fa il presidente dei 5 Stelle. Il disgelo insomma.

Dunque Elly Schlein non può fidarsi di lui?

Schlein gli ha risposto per le rime e ha fatto benissimo. Ma non è finita qui, purtroppo, perché la natura di Conte è quella che è. È il presidente dei 180 miliardi del superbonus, della collaborazione dei nostri servizi con le trame di un ministro di Trump. È il presidente che si è detto populista e ha sottoscritto consapevolmente tutti i provvedimenti di Salvini. Tutto il resto va rubricato alla voce trasformismo. Non so se Conte sia anche putinista. So che quando parla di Ucraina a Putin va molto bene.

Il Pd deve allearsi con lui, se vuole vincere. I leader dell’alleanza sono un amalgama malriuscito?

Il deficit di cultura politica riguarda maggioranza e opposizione. Se destra e sinistra si scambiano insulti e colpi bassi, vuol dire che il sistema democratico sta evaporando. Eppure, all’art. 2 la Costituzione considera «inderogabili» i doveri di «solidarietà politica». Povera Costituzione.

I fratelli coltelli ci sono sempre stati, anche nella Prima Repubblica.

Un tempo gli scontri potevano essere aspri, ma erano franchi e leali. Nella vita di un paese ci sono fasi nelle quali si deve ascoltare con rispetto anche l’avversario. Se negli anni 70 tra Zangheri, sindaco di Bologna, e Cossiga, ministro dell’Interno, non ci fosse stata un’intesa per la quale il governo ascoltava il sindaco e il sindaco il governo, il terrorismo avrebbe conquistato Bologna.

Secondo lei Lepore, il sindaco di Bologna, e Piantedosi, l’attuale ministro dell’Interno, non si confrontano abbastanza?

Paragone impossibile. Diversi i tempi, le circostanze e le persone. Dico solo che i rapporti tra avversari dovrebbero essere frequenti e corposi. Una sinistra con le idee chiare può parlare con Meloni e restare sé stessa.

Meloni cerca l’opposizione quando vuole mostrarsi collaborativa.

I rapporti politici vanno curati quotidianamente, quando il tempo è buono e quando il tempo è cattivo. Serve cultura politica. Senza quella cultura l’Italia non avrebbe avuto la Costituente, non avrebbe battuto il terrorismo, non avrebbe approvato tutte le riforme che oggi sono alla base della nostra convivenza civile. Quando c’era da nominare i capi delle forze di polizia e dei servizi segreti, Cossiga cercava l’accordo con il suo segretario, ma anche con Craxi e Pecchioli.

Gli attacchi del Pci a Cossiga furono durissimi.

Stima e rispetto non sono mai venuti meno. Da presidente del Consiglio Cossiga ebbe una forte divergenza col Pci sugli euromissili e, forse anche per questo, venne messo sotto accusa per il caso Donat Cattin. Ma il rispetto personale era tale che due anni dopo il Pci lo votò presidente del Senato e poi della Repubblica. Si costruivano relazioni politiche e personali intense, di qualità. Io stesso, a nome di Cossiga ministro dell’interno e presidente del Consiglio, ho trattato affari complessi e delicati con dirigenti di partiti alleati e dell’opposizione. Il rapporto con Tonino Tatò, per conto di Berlinguer, e con Rino Formica, per conto di Craxi, era speciale. Con Formica si è tradotto in una amicizia molto forte, che dura ancora.

Ci furono scontri clamorosi: penso al ‘53 sulla Legge Truffa, per non dire delle battute feroci di Pajetta contro la Dc. Lo stesso Formica diede della «comare» a Andreatta.

Quello tra Formica e Andreatta fu uno scontro di personalità. La serietà dei vecchi partiti alla Costituente è esemplare. I lavori furono di una profondità politica e raffinatezza culturale senza uguali nella storia della Repubblica. Contemporaneamente in Parlamento la lotta politica era accesissima. Ma allora era chiara la differenza tra gli interessi di partito e quelli dell’Italia. L’Italia repubblicana è il frutto di compromessi di altissimo livello.

La competizione è fisiologica in politica. Anche Prodi, mentre lanciava i Democratici, disse «competition is competition».

Interpreto Prodi: sì alla competition, no alla rissa e ai colpi bassi. Serve meno culto di sé. Oggi si scontrano interessi soprattutto personali e la voglia di palazzo Chigi è più importante della sorte del centrosinistra.

E ora, come si fa l’alleanza?

Tra un’alleanza politica e un cartello elettorale c’è più differenza che tra il giorno e la notte. Il cartello di Meloni vacilla e lei, per tenerlo in piedi, fa la guerra alla Spagna e non dice che la bomba di Bologna era fascista. Dall’altra parte, Conte ha sempre rifiutato l’alleanza politica col Pd. Se lui e Schlein avessero voluto allearsi veramente, avrebbero cominciato a discutere i punti di dissenso da anni. Oggi le differenze si sono scavate. Al massimo possono fare un’intesa elettorale testardamente unitaria, non una vera alleanza.

Ma un programma dovrà pur essere fatto.

Sarà generico sui punti contrastati. Poi c’è l’Ucraina. Conte pensa che non si possa litigare sull’Ucraina in zona Cesarini, ma si sbaglia. Sull’Ucraina si può anche rompere.

Questa intervista è stata originariamente pubblicata da Domani, che ringraziamo

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