Se Conte non cambia può sognarsi Palazzo Chigi

Gli ultimi giorni lo hanno portato in rotta di collisione con Elly Schlein, la cui pazienza e generosità sono arrivate al punto di rottura. Se il presidente del M5S non molla, le primarie saltano. E il campo largo scoppia.

di Piero Ignazi

Giuseppe Conte vuole tornare a Palazzo Chigi. Nessuno scandalo. L’ambizione è connaturata ad ogni politico. In maniera più o meno nascosta, più o meno ammantata di alti ideali. Tuti ambiscono a manovrare le leve del comando. Quindi non ha alcun senso lanciare strali moralisti contro il leader dei 5 Stelle. La stessa Elly Schlein è scesa in campo nelle primarie del suo partito, certo per salvarlo da una china disastrosa e portare una visione diversa, ma anche purché ambiva a dirigerlo. Altrimenti non avrebbe potuto realizzare il suo progetto politico.

Detto ciò, il leader pentastellato pensa di riuscire nel suo intento distanziandosi continuamente dal Pd su temi centrali come sta facendo in questi ultimi tempi?

Una motivazione plausibile riguarda la formazione che guida. Il M5S è un partito sui generis, sia per come è nato e per come ora si è strutturato, sia per la sua “ideologia”. Il movimento delle origini era rivoluzionario, voleva cambiare la politica, l’ economia, la società. Per questo ha attratto tanti che speravano in una nuova stagione. In alcuni casi tale aspirazione si è concretizzata nel periodo di governo, con il reddito di cittadinanza e la riduzione del numero dei parlamentari; ma su altri terreni è rimasta insoddisfatta. La spinta trasformativa e utopica così come la visione di un mondo senza armi prefigurato nelle utopie di Gianroberto Casaleggio è ancora diffusa alla base del partito. A maggior ragione con una guerra vicina alle nostre frontiere. L’opposizione di Conte a sostenere la resistenza degli ucraini va quindi letta anche tenendo presente il suo mondo di riferimento.

Tuttavia, rimangono due problemi aperti. Il primo rimanda ad una questione di leadership.

Conte la esercitò quando nel suo governo aumentò le spese militari per avvicinarsi all’ obiettivo del 2 per cento del Pil stabilito in sede Nato, e frenò gli impulsi antimilitaristi della sua base. Se ambisce a rinverdire un ruolo da uomo di stato, ora dovrebbe fare altrettanto con una operazione di convincimento dell’urgenza del momento. E non fa certo problema che sostenga anche l’importanza di una iniziativa seria per mettere fine al conflitto. Anzi. Ma se insiste in una posizione destruens – niente armi all’Ucraina e non un euro alle spese militari – distrugge la sua credibilità come uomo delle istituzioni, oltre ad incrinare la coalizione. E perde una carta che, implicitamente, gioca nei confronti della leader del Pd.

Su questo si innesta un secondo aspetto. Conte rimarca continuamente una posizione distinta, e a tratti contrapposta, a quella del Pd per presentarsi alle primarie con una spinta maggiore, confidando sia nel sentimento anti-militarista dell’opinione pubblica che nel maggiore gradimento che i sondaggi gli assicurano. Solo che questi indici di gradimento non valgono nulla alla prova dei fatti: Gianfranco FIni era apprezzato molto di più rispetto a Berlusconi nei sondaggi, e sappiamo come è andata a finire. Inoltre gioca il fattore organizzazione. Per portare a votare gli elettori del centro-sinistra serve una presenza ramificata nel territorio: faccia Conte un giro nelle zone rosse a vedere le feste dell’Unità in ogni dove, per capire con chi compete alle primarie…

Cavalcare l’onda di stanchezza nei confronti del conflitto in Ucraina e l’ostilità all’aumento delle spese di militari in contrapposizione alla politica più responsabile del Pd solleva la popolarità del leader pentastellato. Ma allo stesso tempo lo porta in rotta di collisione con Elly Schlein, la cui pazienza e generosità sono arrivate al punto di rottura. Se Conte non cambia passo le primarie saltano. E la coalizione scoppia. Allora tanti saluti a Palazzo Chigi, per chiunque. Il leader del M5s ne è consapevole, ovviamente. Allora, vuole questo? Perdere e far perdere? A che scopo?

Questo articolo è stato originariamente pubblicato da Domani, che ringraziamo

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