di Andrea Colombo
La premier è tornata da Bruxelles cresciuta di una spanna. La sua manovra è stata abile e, dal suo punto di vista, il bersaglio centrato. Festeggerebbe, se non dovesse domare i suoi mastini impegnati a sbranarsi. Sembra una contraddizione ma è lo stesso disegno, da angolazioni opposte.
Un consiglio all’opposizione: smettesse di raccontare che la premier in Europa non conta niente e che il suo ruolo sta in bilico tra la vassalla obbediente e la serva muta. È una bugia propagandista che Meloni stessa smonta facilmente e poi adopera per bollare di menzogna anche le critiche fondate e motivate. Riconoscere i colpi che Giorgia Meloni mette a segno oltreconfine è condizione imprescindibile per denunciare quelli che invece puntualmente manca in casa, e che sono di più.
Complice anche l’inconsistenza degli altri leader europei, quella italiana gioca oggi un ruolo più incisivo di quanto sia toccato alla stragrande maggioranza dei suoi predecessori. È quasi sempre un guaio. Quando riesce a spostare buona parte della Ue su politiche dell’immigrazione da fortezza a rischio di invasione non è il caso di negare il suo successo, piuttosto di chiedersi cosa sta succedendo non all’Italia ma all’Unione e di deporre il dogma fideistico per cui tutto quel che è Europa sa di buono.
In rare occasioni, magari per eterogenesi dei fini, capita anche che il risultato non sia male: finanziare il prestito all’Ucraina con gli eurobond, invece di infilarsi in un ginepraio legale devastante e fare pure un passo da gigante verso il conflitto armato, dovrebbe far piacere a tutti. Agli europeisti convinti più che a chiunque altro.
Eppure anche quel ruolo che all’estero l’ex underdog ha saputo conquistarsi è una rosa piena di spine intinte nel curaro. Il prezzo di quel traguardo lo paga la popolazione che vive in Italia, e più è povera più lo paga. Il biglietto d’ingresso, per Meloni, è stato l’appoggio incondizionato e bellicoso all’Ucraina e alla strategia di Biden. Ma se ha poi tenuto la poltrona al punto di non poter più essere sloggiata è perché, arrivata al potere bersagliando il rigore, si è poi dimostrata più tirata e austera di Mario Monti. Il suo ministro dell’Economia costringe persino Elsa Fornero a chiedersi se così non sia un po’ troppo.
I vasi sono comunicanti. La credibilità dell’Italia all’estero è frutto del rigore in patria. Costa liste d’attesa eterne sul fronte della sanità ed è una piaga che nessuna abilità nei vertici internazionali basta a sanare. Si sconta con docenti pagati una miseria, ed è più grave dei deliri “antisessantottini” a cui si abbandona Valditara fuori tempo massimo di mezzo secolo. La promozione delle agenzie di rating si deve a occupati che crescono di numero (e di età), ma calano inesorabilmente nel potere d’acquisto. Vuol dire che le giovani famiglie, convenzionali o super woke che siano, una casa senza svenarsi non la trovano e spesso non basta neppure l’ultima goccia di sangue. Il prezzo è salato e lo sarà ancora di più adesso che all’altare europeo dei conti pubblici si sta per affiancare quello del riarmo.
Siamo (quasi) tutti più poveri e sempre più poveri. Il fallimento del governo di destra è questo e questa è anche la lacerazione che persino i prestigiatori cresciuti alla scuola del mago Silvio faticano a cicatrizzare: come la danza ubriaca di una manovra molto misera e proprio per questo molto combattuta attesta. Mettersi d’accordo sulla guerra o sul rovesciare l’architettura delle istituzioni repubblicane è molto più facile che decidere quale fascia di popolazione, e quindi dei rispettivi elettorati, penalizzare più delle altre. Atteso che a essere premiate saranno sempre e solo quelle al vertice della piramide sociale: perché questo, alla fine, resta l’unico Vangelo di ogni destra.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato da Il Manifesto, che ringraziamo