Italia.co ha intervistato, per la pagina Dipendenze, il professor Ferdinando Nicoletti, Direttore della Scuola di Specializzazione in Farmacologia e Tossicologia Clinica della Sapienza, tra i massimi esperti in materia, su un tema molto caldo: l’utilizzo della cannabis per combattere i tumori.
Domanda: Professor Nicoletti, si parla molto dell’azione antitumorale della cannabis. Cosa dicono davvero le ricerche scientifiche oggi?
Risposta: Mi fa piacere esprimere un parere sulla riportata azione antitumorale dei composti psicoattivi presenti nella Cannabis sativa. Si tratta di un tema di grande interesse che merita un’attenta valutazione per le possibili prospettive di carattere terapeutico e anche per il rischio legato ad un’errata interpretazione dei dati offerti dalla letteratura scientifica. Sono presenti su Pubmed 114 pubblicazioni su riviste internazionali introducendo come elementi di ricerca “cannabis” e “cancer cell proliferation”. Estratti di cannabis e fitocannabinoidi (ad esempio, Δ9-tetraidrocannabinolo o THC, cannabidiolo o CBD, acido cannabidiolico e cannabigerolo) hanno mostrato azione antiproliferativa e tossica nei confronti di cellule di numerosi tumori solidi, quali il carcinoma del colon-retto, il carcinoma polmonare, il carcinoma della mammella, il carcinoma della cervice uterine, il colangiocarcinoma, il melanoma ed il glioblastoma.
D: Può spiegare meglio?
R: La maggior parte degli studi sono stati condotti su linee di cellule tumorali o su xenotrapianti di cellule tumorali in modelli animali (ad esempio, cellule tumorali impiantate nel tessuto sottocutaneo di roditori). I fitocannabinoidi hanno mostrato la capacità di interferire con i meccanismi biochimici responsabili della proliferazione e sopravvivenza delle cellule tumorali. In alcuni studi, i derivati della cannabis hanno anche ridotto l’invasività e la metastatizzazione delle cellule tumorali. Accolgo con entusiasmo ed interesse qualunque nuova strategia in grado di migliorare la sopravvivenza e la qualità di vita di pazienti affetti da patologie oncologiche, soprattutto quando le terapie attuali mostrano un’efficacia limitata (ad esempio, nel carcinoma metastatico del colon-retto, nel melanoma metastatico e nel glioblastoma multiforme).
D: Molti risultati sembrano promettenti in laboratorio, ma quanto siamo vicini a una reale applicazione clinica e quale componente sembra più efficace?
R: E’ doveroso sottolineare che i dati clinici sulla capacità della cannabis terapeutica di ridurre la crescita tumorale sono limitati e che la maggior parte degli studi sono stati condotti su cellule in coltura (un sistema in cui hanno mostrato efficacia numerosi composti mai approdati alla clinica). Il CBD è il cannabinoide che ha mostrato azione antitumorale in modo più consistente. Le preparazioni magistrali di cannabis contengono sia CBD che Δ9-THC, mentre un farmaco a base di CBD con minime quantità di Δ9-THC è disponibile in commercio per il trattamento di encefalopatie epilettiche.
D: Quali sono i rischi principali legati all’uso di queste sostanze, specialmente per quanto riguarda gli effetti collaterali e le interazioni con altri medicinali?
R: L’uso di cannabis comporta il rischio di patologie psichiatriche in pazienti giovani e di demenza in individui di età superiore ai 45 anni. Tali effetti sono principalmente ascrivibili al Δ9-THC. Il rischio legato ad un uso prolungato di CBD non è chiaro. Tuttavia il CBD è un potente inibitore del farmaco-metabolismo, e tale dato non è trascurabile perché i pazienti con patologie oncologiche fanno uso di numerosi farmaci per il trattamento del tumore o per patologie concomitanti. L’esposizione dell’organismo a tali farmaci potrebbe aumentare (a volte con gravi conseguenze) in presenza di CBD.
D: Esiste il pericolo che i pazienti abbandonino le cure tradizionali? In quali casi, invece, la cannabis può essere un supporto valido?
R: Il rischio legato ad una valutazione superficiale degli effetti antitumorali della cannabis è che i pazienti decidano di non sottoporsi a terapie antitumorali specifiche (ad esempio, terapia chirurgica, radioterapia, chemioterapia, uso di farmaci “targeted”, ed immunoterapia) perché convinti di affrontare il tumore esclusivamente con la cannabis terapeutica o fumando la cannabis presente nel mercato illecito. Uno scenario simile si è verificato in passato con terapie ritenute alternative alla chemioterapia o alla radioterapia a volte con effetti devastanti. Rimango comunque favorevole all’uso della cannabis terapeutica in aggiunta a terapie antitumorali specifiche in particolare in pazienti con dolore da cancro o con cachessia (dove la cannabis potrebbe avere un valore aggiunto) a condizione però che la decisione di utilizzare la cannabis sia di esclusiva pertinenza del medico specialista dopo attenta valutazione del rapporto rischio/beneficio e delle possibili interazioni tra il CBD ed altri farmaci presenti in terapia.
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Ferdinando Nicoletti è Professore Ordinario di Farmacologia, Direttore della Scuola di Specializzazione in Farmacologia e Tossicologia Clinica, Sapienza Università di Roma, Direttore Unità Operativa di ricerca in Neurofarmacologia, “Istituto Neurologico Mediterraneo, IRCCS Neuromed Pozzilli, membro del Comitato Nazionale di Biosicurezza e Scienze della vita di Palazzo Chigi, membro della Commissione dell’Ordine dei Medici di Roma sulle dipendenze.