Un passo avanti, una giravolta laterale e poi la retromarcia. La cannabis light — quella a basso contenuto di Thc — sembrava destinata a tornare legalmente vendibile in Italia, seppur in una versione rivista, corretta e pesantemente tassata. La novità nasceva da un emendamento di Fratelli d’Italia alla legge di Bilancio, pensato per ridefinire i confini di una materia già di per sé sfuggente e ambigua. Il testo prevedeva la liceità delle infiorescenze e dei derivati liquidi destinati all’inalazione, purché il Thc non superasse lo 0,5%, e introduceva un’imposta di consumo del 40% sul prezzo al pubblico: una scelta fiscale difficile da ignorare. Ma, secondo fonti parlamentari, è arrivato infine il contrordine: l’emendamento sarà ritirato.
Una legge del 2016 ancora al centro del palcoscenico
Ma cosa prevedeva l’emendamento? Il nuovo articolato attribuiva all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli il compito di tracciare i criteri per l’autorizzazione della vendita nei negozi specializzati. Una scelta che mescolava ordine pubblico, mercato e opzioni di libertà d’impresa. La mossa do FdI entrava in un quadro normativo intricato: la legge 242 del 2016, norma madre della canapa industriale, consente la coltivazione e l’impiego di Cannabis sativa L. solo per finalità agricole, energetiche o cosmetiche, escludendo di fatto la commercializzazione delle infiorescenze, considerate borderline e lasciate a interpretazioni locali.
La stretta del 4 aprile
Negli ultimi anni, il tema ha attraversato più fronti: dall’iniziale autorizzazione alla vendita di «cannabis light» per uso non psicoattivo, fino alla stretta del decreto sicurezza approvato dal governo Meloni il 4 aprile scorso, che ha reso di fatto illegale la vendita di fiori e foglie, con impatti significativi sul tessuto economico delle imprese agricole e dei negozi specializzati.
La parola all’Europa: il rebus finisce sul tavolo della Corte di Giustizia
Numerosi osservatori — dalle associazioni di categoria agli esperti di diritto — hanno visto però nella materia un nodo europeo: il Consiglio di Stato, infatti, nel novembre scorso ha sospeso il giudizio sul caso, rimettendo alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea la decisione sulla compatibilità tra disciplina nazionale e libertà di circolazione delle merci comunitarie, mentre proprio sull’articolo 18 anche la Corte costituzionale sarà chiamata presto a giudicarne la legittimità rispetto alla nostra carta costituzionale.
La questione non è solo giuridica: è economica e culturale. In altri Paesi dell’Unione — dove mercati regolamentati della cannabis light convivono con tassi di impiego agricolo e legale — la liberalizzazione ha generato redditi, posti di lavoro e filiere trasformative. In Italia, invece, i produttori lamentano incertezza normativa, impatti sulle imprese e ritorni al mercato nero con norme che così restrittive prevalgono sulle aperture regolamentate.
Fonte: Corriere della Sera