La via d’uscita dal baratro dell’alcol. Alcolisti Anonimi compie 45 anni

Lo storico gruppo che sostiene chi è sprofondato nella dipendenza ha celebrato la ricorrenza a Pesaro. La forza della condivisione e l’importanza delle associazioni che aiutano anche i famigliari e i minori coinvolti.

di Alessandro Mazzanti

Pochi lo sanno, ma a Pesaro, gli Alcolisti Anonimi, esistono da 45 anni. Fece nascere la sede in via Mazzini un democristiano, un certo Carlo Cerruti, nel 1980. Da allora il gruppo Pche basa la propria attività su auto-aiuto e condivisione delle esperienze è rimasto in città un sostegno, un’isola di salvataggio a chi finisce nel baratro del bicchiere. Ieri gli Alcolisti Anonimi hanno celebrato con un incontro pubblico, al cinema Solaris, la ricorrenza.

Si riuniscono (tel. 334 3958785) tre volte a settimana, sotto la parrocchia di San Carlo: martedì e giovedì alle 20,30, il sabato alle 18. E parlano. Il condividere è il primo passo della battaglia. “Oggi – dice Giovanni, segretario, ’alcolista’, come si presenta lui e come dicono tutti gli altri, anche se non toccano alcol da anni – vogliamo dire alla città che ci siamo. Anche per chi alcolista non è ma pensa di avere un problema con l’alcol. Non prendiamo soldi né da pubblici né da privati. Siamo aconfessionali. Ci finanziamo con i nostri contributi”.

A Pesaro, in questo momento, sono circa 25 quelli che stanno frequentando il gruppo. I dati (del 2024) parlano di 521 accessi nei dipartimenti di Pesaro, Fano, Urbino e Fossombrone.

Gli alcolisti non si vergognano di raccontare le loro storie, che hanno dentro la vita e la morte, le uscite vittoriose dal baratro o le sconfitte. E’ successo ieri mattina. Sabrina, moglie di un alcolista: “Avrei voluto ucciderlo – racconta la donna, di mezza età –. La vita con lui era un inferno. Poi ho imparato a distinguere la malattia dalla persona, ed ho ricominciato ad amarlo. E’ morto di alcol, ma è morto tra le mie braccia”. Maria: “Volevo cambiare mio marito, ma lo facevo nel modo sbagliato. Con il programma degli alcolisti ho trovato la gioia di riamare me stessa e quindi riamare anche lui”.

Anche Paolo, pesarese, tra i 60 e i 70, condivide il suo dramma: “Io ho toccato il fondo. Per colpa dell’alcol ho perso due famiglie. Ho fatto 28 giorni di clinica. E quando sono uscito mi sono detto: ora dove vado? Volevo entrare nel primo bar e scolarmi tutte le bottiglie. Poi tre ragazzi mi hanno spiegato come potevo gestire il dopo-clinica. Mi sono detto: ’Voglio rivedere mia figlia’. Ce l’ho fatta. Ed ho ricominciato una vita nuova”.

Perchè oltre agli alcolisti l’associazione apre anche ai loro parenti, che subiscono il macigno della dipendenza come i primi. Le associazioni specifiche si chiamano ’Al-Anon’ – ’Quando riusciamo a capire i bisogni del nostro congiunto, invece di scaricargli addosso la disperazione, possiamo fargli tornare la voglia di vivere anche a lui”, dice ancora Sabrina – e ’Al Ateen’ (ce n’è una a Civitanova) che è dedicata ai bambini/adolescenti che vivono le situazioni difficili legate alla dipendenza di adulti/genitori. “Per un bambino – dice Michele Parisi, psichiatra, direttore Dipendenze patologiche Urbino – potere condividere con un suo pari drammi simili, è una enorme passo avanti”. Oltre a Parisi, e all’assessore al Sociale Luca Pandolfi, erano presenti ieri Monica Marchionni, assistente sociale del Dipartimento di Pesaro che lavora anche col carcere, e Stefania Ricciardi, psichiatra, del Servizio Dipendenze Fossombrone. “Siete capaci di accogliere – dice Ricciardi rivolta agli Alcolisti Anonimi – quando un paziente sta male. E questo, anche per noi, è un aiuto molto importante”.

L’incontro si chiude con la preghiera dell’alcolista. Tutti con le mani alzate: “Dio dammi la serenità per accettare ciò che non si può cambiare, il coraggio di cambiare ciò che si può cambiare, e la saggezza per distinguere tra i due”.

Fonte: Il Resto del Carlino

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