Social media creano dipendenza sui minori: multa a Meta di 942 milioni

Il colosso tech di Mark Zuckerberg, che controlla Instagram e Facebook, condannato in New Mexico per i problemi creati ai giovani dalle sue piattaforme. Migliaia di altre cause miliardarie già avviate in tutti gli Stati Uniti. Torna l'ipotesi di smantellamento dei social media.

La giustizia americana ha inferto un colpo durissimo a Meta, condannando la holding di Mark Zuckerberg a pagare 942 milioni di dollari al termine di una storica causa intentata dallo Stato del New Mexico. La sentenza stabilisce un principio fondamentale: l’architettura stessa dei social media è progettata deliberatamente per generare una profonda dipendenza psicologica nei minorenni, mettendone a rischio la salute mentale e la sicurezza.

L’ordine del giudice Bryan Biedscheid impone a Meta non solo sanzioni pecuniarie e la creazione di un fondo di risarcimento da 567 milioni di dollari per cure psicologiche e prevenzione, ma esige interventi strutturali radicali: limiti al tempo di utilizzo per i più giovani, l’oscuramento automatico dei mi piace e il divieto assoluto di interazioni a sfondo sessuale con i chatbot di intelligenza artificiale.

Nelle motivazioni della sentenza, le piattaforme come Facebook e Instagram vengono equiparate a una vera e propria fonte di disturbo pubblico, paragonabile all’inquinamento industriale. Gli algoritmi di coinvolgimento estremo e la ricerca ossessiva del tempo di permanenza sono stati direttamente correlati all’aumento drastico di episodi depressivi, disturbi alimentari e tassi di suicidio tra gli adolescenti.

Questa decisione si somma a quella pronunciata a Los Angeles contro la stessa Meta e Google, confermando come i tribunali stiano iniziando a sanzionare la progettazione deliberata della dipendenza digitale. Il panorama evoca l’inizio delle grandi offensive legali contro i colossi del tabacco negli anni Novanta, con migliaia di cause pendenti promosse da distretti scolastici, famiglie e procuratori generali che contestano l’aver posposto la tutela dei minori alla crescita del fatturato.

La pressione giudiziaria riaccende e rafforza il dibattito politico sulla necessità di ridimensionare o smantellare i monopoli tecnologici. Negli Stati Uniti, il malcontento ha già travalicato le aule di tribunale per approdare nelle sedi legislative. Al Congresso americano sono stati depositati progetti di legge bipartisan — come l’American Innovation and Choice Online Act e l’Open App Markets Act — volti a limitare il potere astenico e dominante di Big Tech come Meta, Amazon, Alphabet e Apple. Tali iniziative legislative mirano a spezzare l’integrazione verticale e il controllo soffocante che queste aziende esercitano sui mercati digitali, sull’informazione e sul comportamento degli utenti.

Sul piano storico e giuridico, le proposte di spacchettamento formale si rifanno a celebri precedenti antitrust americani, tra cui lo smantellamento del gigante petroliferi Standard Oil di Rockefeller nel 1911, la scomposizione del monopolio delle telecomunicazioni AT&T negli anni Ottanta e la memorabile causa della Federal Trade Commission contro Microsoft a fine anni Novanta. Oggi, sia la Federal Trade Commission sia il Dipartimento di Giustizia statunitense mantengono aperte cause di portata storica che chiedono esplicitamente la separazione societaria di asset strategici — come la vendita forzata di Instagram e WhatsApp da parte di Meta o la scissione delle divisioni pubblicitarie di Google.

Mentre Meta annuncia ricorso e si prepara ad affrontare un nuovo maxi-processo a Oakland, dove le richieste di risarcimento complessive avanzate dai vari Stati superano i mille miliardi di dollari, la percezione pubblica e regolatoria è arrivata a un punto di svolta. La condanna del New Mexico traccia una strada irreversibile: le piattaforme non potranno più nascondersi dietro la presunta neutralità tecnologica per giustificare modelli di business fondati sullo sfruttamento della dipendenza psicologica.

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