Il presidente Trump ama scuotere le acque, e lo ha fatto di nuovo scegliendo Stephen Miran per un seggio vacante nel Consiglio dei Governatori della Federal Reserve. È una mossa senza precedenti, poiché mai un presidente aveva nominato alla Fed un economista la cui principale convinzione politica è la necessità di indebolire il dollaro statunitense.
Miran, già presidente del Consiglio dei consulenti economici della Casa Bianca, è un fervente sostenitore delle politiche di Trump, in particolare dei dazi. La sua tesi centrale, esposta in un saggio del 2024, è che il dollaro sia costantemente sopravvalutato, in gran parte perché funge da valuta di riserva mondiale. Questa enorme domanda globale per il dollaro, secondo Miran, ne gonfia il valore, creando squilibri commerciali e danneggiando l’economia e i lavoratori americani.
La sua soluzione è orchestrare un calo controllato del valore del dollaro, riducendone la domanda globale. I dazi, a suo avviso, sono un primo passo, poiché costringono gli stranieri a “pagare” per il vantaggio competitivo delle loro valute sottovalutate. Ma le sue ambizioni vanno oltre. Miran ha teorizzato altre opzioni, come tassare gli stranieri che detengono il debito pubblico americano per incentivarli a possederne meno (una mossa che equivarrebbe a un’insolvenza di fatto) o addirittura promuovere un “Accordo di Mar-a-Lago”, un negoziato globale per ridefinire gli equilibri valutari, sulla scia degli accordi degli anni ’80.
Emerge però una contraddizione. Se da un lato Trump apprezza l’idea di un dollaro debole per ragioni protezionistiche, dall’altro ama il potere che deriva dallo status di valuta di riserva. Questo status permette agli Stati Uniti di finanziare i propri deficit a costi inferiori e gli conferisce un’arma potentissima per imporre sanzioni, uno strumento che paesi come Cina e Russia vorrebbero neutralizzare.
Sebbene altri economisti abbiano discusso del “fardello” di essere una valuta di riserva, le loro soluzioni puntavano a un dollaro stabile, magari legato all’oro, non a una sua deliberata svalutazione.
L’impatto immediato della nomina di Miran sarebbe limitato, poiché occuperebbe un seggio per pochi mesi e disporrebbe di un solo voto. Tuttavia, la vera partita si giocherà in futuro. Trump sta cercando un sostituto per il presidente della Fed, Jerome Powell, e in quel ruolo Miran avrebbe un’influenza e una piattaforma globale enormi. Per questo, le sue audizioni di conferma al Senato saranno un’occasione cruciale per il paese, per capire se avere un “svalutazionista” alla guida della Fed sia davvero nell’interesse nazionale americano.