La ABC ha tolto dagli schermi “Jimmy Kimmel Live!” a tempo indeterminato. La decisione arriva dopo i monologhi in cui Kimmel ha attaccato la reazione del fronte MAGA all’uccisione di Charlie Kirk, avvenuta il 10 settembre alla Utah Valley University: per il delitto è stato incriminato il 22enne Tyler Robinson.
La prima mossa l’hanno fatta le affiliate di Nexstar, che hanno preannunciato il blocco del programma; a stretto giro ABC ha parlato di “pre-emption” indefinita. Trump ha esultato pubblicamente. La FCC, con Brendan Carr, ha alzato i toni, mentre altri commissari hanno denunciato il rischio di pressioni politiche sui broadcaster. Non è normale per un network congelare un late-night in corsa; lo è ancora meno farlo nel mezzo di una contesa regolatoria e con gli occhi puntati sull’editore (Disney).
FCC Chair Threatens Jimmy Kimmel Over Charlie Kirk Monologue Comments; ABC Pulls Show
Se si parla di autocensura è perché, guardando gli ultimi mesi, il segnale è ricorrente: quando il costo politico sale, l’industria abbassa il volume. A luglio la CBS ha annunciato la fine del “Late Show” di Stephen Colbert a maggio 2026. Motivo ufficiale: soldi, non contenuti. Ma la tempistica—nel pieno di dossier industriali e sotto fuoco politico—ha fatto discutere: chiusura del talk più visto, mentre il conduttore continuava a colpire Trump. Che sia contabilità o profilassi, l’effetto è lo stesso: un’altra voce in meno all’ora di punta dell’infotainment.
Il precedente più istruttivo resta quello di Jon Stewart su Apple TV+. Nel 2023, lo strappo su temi “sensibili” (Cina e intelligenza artificiale) ha chiuso “The Problem With Jon Stewart” nonostante lo status del conduttore. Qui la politica non c’entra direttamente: è l’autocontrollo del marchio, il calcolo del rischio su mercati e fornitori strategici. Quando un colosso tech preferisce perdere un titolo pur di non irritare un partner o un governo chiave, capisci perché i network generalisti, sotto pressione politica, scelgano la via più prudente.
Messa così, la sospensione di Kimmel non è un fulmine isolato ma l’ennesima prova di un ecosistema che si autocorregge verso la cautela: le affiliate temono sanzioni o boicottaggi, i legali temono contenziosi, i vertici temono ritorsioni regolatorie o ostacoli su operazioni in corso. Il risultato per il pubblico è semplice: meno spazio per monologhi taglienti proprio quando servirebbero di più. In assenza di un chiarimento trasparente sui criteri editoriali—chi decide cosa si può dire, quando, e con quali conseguenze—ogni sospensione appare come una resa preventiva, e ogni chiusura come un promemoria: tra reputazione, politica e bilanci, la prima a saltare è quasi sempre la libertà di sbagliare in diretta.