Trump decide se e quando invadere il Venezuela nei prossimi giorni

Il Segretario alla Guerra Pete Hegseth, il Presidente dei Capi di Stato Maggiore Congiunti Dan Caine e altri alti gradi delle tre armi hanno informato il presidente sulle varie opzioni militari.

Il presidente Donald Trump ha dichiarato venerdì sera di aver “più o meno deciso” su come procederà riguardo alla possibilità di un’azione militare in Venezuela. L’annuncio segue una seconda giornata consecutiva di deliberazioni alla Casa Bianca che hanno coinvolto i suoi massimi consiglieri per la sicurezza nazionale.

Queste dichiarazioni, rilasciate a bordo dell’Air Force One durante il volo verso la sua tenuta di Mar-a-Lago in Florida, sono rimaste volutamente vaghe e prive di dettagli operativi. Giungono in un momento di forte tensione, mentre le forze statunitensi nella regione attendono possibili ordini di attacco, dopo giorni di discussioni ad alto livello sull’opportunità e le modalità di un intervento in Venezuela. Fonti anonime, citando la sensibilità dell’argomento, hanno confermato la presenza alle deliberazioni del Vice Presidente JD Vance, del Segretario alla Difesa Pete Hegseth, del Presidente dei Capi Congiunti Gen. Dan Caine, del Segretario di Stato Marco Rubio e del Vice Capo di Staff Stephen Miller.

Un funzionario dell’amministrazione, in una nota precedente, aveva riferito che al presidente era stata presentata “una serie di opzioni”, sottolineando la capacità di Trump di mantenere un’utile “ambiguità strategica” senza rivelare in anticipo le sue mosse agli avversari.

Un’eventuale azione militare contro il territorio venezuelano segnerebbe una netta inversione rispetto alle ripetute promesse di Trump di evitare nuovi conflitti. Inoltre, contraddirebbe le rassicurazioni fornite al Congresso nelle ultime settimane, dove si era esclusa l’esistenza di preparativi attivi per un simile attacco. Una mossa del genere complicherebbe ulteriormente la cooperazione con altri paesi latinoamericani e alimenterebbe i sospetti, sia a Washington che nella regione, che l’obiettivo finale della Casa Bianca sia la rimozione forzata del presidente venezuelano Nicolás Maduro, da tempo accusato da Trump di favorire il traffico di droga e l’immigrazione criminale verso gli Stati Uniti.

Maduro, leader socialista al potere dal 2013, è diventato una vera e propria fissazione per Trump. Lo scorso agosto, le autorità statunitensi hanno addirittura aumentato da 25 a 50 milioni di dollari la taglia per informazioni che portino al suo arresto, citando i suoi presunti legami con i cartelli della droga e ribadendo la posizione, ereditata dall’amministrazione Biden, che lo considera un leader illegittimo, sconfitto nelle elezioni del 2024.

Un funzionario ha commentato: “Gli Stati Uniti sono perfettamente al corrente di ciò che accade a Caracas, dei colloqui tra i collaboratori di Maduro e ai massimi livelli del suo regime. Maduro è terrorizzato, e ha ragione di esserlo. Il presidente ha sul tavolo opzioni estremamente pericolose per lui e per il suo regime illegittimo, che consideriamo una minaccia per l’intero emisfero occidentale”.

Nonostante la schiacciante superiorità militare statunitense, un’azione di forza espone le truppe americane a rischi significativi. Fonti interne riferiscono che i piloti della portaerei USS Gerald R. Ford, dispiegata nella regione, stanno già studiando le difese aeree venezuelane, pur non sapendo se riceveranno l’ordine di attaccare. Intanto, il Ministero della Difesa venezuelano ha annunciato la mobilitazione di quasi 200.000 uomini tra aeronautica, esercito e marina.

Secondo due fonti, la pianificazione USA prevede anche il possibile impiego dei Delta Force, l’élite delle Operazioni Speciali, specializzata in missioni ad alto rischio di cattura o eliminazione di obiettivi, ampiamente utilizzata in Medio Oriente negli ultimi vent’anni.

L’amministrazione Trump ha inviato segnali contrastanti sulle sue intenzioni. Da un lato, il presidente ha più volte espresso il desiderio di estendere “alla terraferma” l’Operazione Southern Spear, la campagna che ha già ucciso 80 persone a bordo di sospetti natanti dei narcotrafficanti nei Caraibi e nel Pacifico orientale. Dall’altro, per bloccare una legge del Congresso che voleva impedire una guerra in Venezuela, i Segretari Hegseth e Rubio avevano assicurato privatamente ai legislatori che non esistevano piani del genere, convincendo molti repubblicani a respingere la misura.

Trump stesso ha accennato all’operazione venerdì sera, evitando di dettagliare le sue decisioni ma affermando: “Abbiamo fatto molti progressi con il Venezuela per fermare l’ingresso della droga”.

Tuttavia, queste rassicurazioni sono state smentite da un anonimo legislatore democratico, il quale ha riferito che durante un briefing classificato di fine ottobre, i funzionari del Pentagono avevano nuovamente negato alla Commissione per i Servizi Armani della Camera qualsiasi piano operativo in Venezuela. “Sto sviluppando un grave deficit di fiducia verso il Dipartimento”, ha confessato il parlamentare, “e inizio a credere che le loro motivazioni non siano pure e che non stiano dicendo la verità al Congresso”.

La giustificazione legale fornita dall’amministrazione per le sue operazioni militari nell’area, secondo diverse fonti che l’hanno visionata, non autorizza esplicitamente un attacco al Venezuela. Due legislatori hanno spiegato che l’argomento giuridico cerca di fondere le norme sul narcotraffico con le leggi di guerra, equiparando gli stupefacenti ad “armi chimiche” e sostenendo la legittima difesa collettiva con paesi alleati come Colombia e Messico contro i cartelli.

Tale interpretazione è però contestata da molti esperti legali e da alcuni parlamentari, i quali sottolineano come il traffico di droga sia un reato civile, perpetrato da criminali, e non un atto di guerra imminente da parte di combattenti nemici che giustifichi un conflitto armato.

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