«Una tassa speciale del 2% sui miliardari per finanziare industria e difesa Ue»

Un'imposta sui super-ricchi in Europa (i miliardari sono 537) sarebbe molto più utile rispetto a tassare i cittadini (già soffocati). Un piccolo contributo dai grandi patrimoni genererebbe miliardi per investimenti strategici. Il piano Draghi: necessari 800 miliardi l'anno per clima, competitività e sicurezza.

Secondo un recente studio dell’Eu Tax Observatory, l’introduzione di una modesta tassa patrimoniale del 2% sui patrimoni superiori ai 100 milioni di euro, detenuti dai 537 cittadini europei più ricchi, potrebbe generare circa 67 miliardi di euro all’anno. Con un’imposta leggermente più alta, del 3%, l’importo salirebbe fino a 121 miliardi. Queste cifre rappresenterebbero rispettivamente un quarto e quasi la metà delle risorse aggiuntive necessarie per gli investimenti nella difesa europea.

A livello italiano, applicando un’imposta analoga del 2% ai 71 contribuenti più ricchi (sempre con patrimoni superiori ai 100 milioni), si potrebbero raccogliere circa 8,3 miliardi di euro annui, cifra che salirebbe a 15 miliardi con un’imposta del 3%.

Questi dati saranno presentati ufficialmente martedì 18 durante un simposio organizzato dalla Commissione europea e dal Parlamento europeo. All’evento parteciperanno Gabriel Zucman, direttore dell’Eu Tax Observatory, insieme ai ministri delle Finanze di Francia, Spagna e Paesi Bassi, il commissario europeo Wopke Hoekstra e il presidente della sottocommissione per le questioni fiscali, Pasquale Tridico.

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Il think tank Bruegel stima che all’Europa servano ulteriori 250 miliardi di euro annui per soddisfare pienamente le proprie necessità di investimento nel settore della difesa. Altri fondi sono inoltre indispensabili per la reindustrializzazione, per il contrasto ai cambiamenti climatici e per affrontare le crescenti disuguaglianze sociali.

Secondo il rapporto curato da Mario Draghi, l’Europa dovrebbe investire almeno 800 miliardi di euro ogni anno per rimanere competitiva a livello globale. La Commissione europea ha già previsto prestiti per circa 150 miliardi di euro nel piano “ReArm Europe” e ha allentato le norme sul deficit per facilitare le spese militari. Nonostante ciò, rimane un gap finanziario considerevole che richiede l’identificazione di nuove risorse sia nazionali che europee.

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Gli autori dello studio – Gabriel Zucman, Quentin Parrinello e Giulia Varaschin – sottolineano che interrompere gli investimenti previsti per industria, clima e difesa indebolirebbe seriamente il ruolo internazionale dell’Unione europea. Secondo gli esperti, tali investimenti non rappresentano soltanto politiche economiche, ma strumenti strategici essenziali per garantire resilienza, leadership tecnologica e influenza geopolitica.

Storicamente, in periodi di crisi o conflitti, gli Stati europei hanno affrontato l’aumento delle spese militari tramite una combinazione di debito pubblico e incrementi fiscali sulle fasce più abbienti della popolazione.

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